La ballata della Scrofa Falisca

(Una bellissima ballata, scritta in -romanesco-, a ricordo di un
simpatico evento di salvataggio di una scrofa durante la camminata
francigena sulla Variante Amerina (dal 5/10 al 11/10/2000), in
occasione dell’inaugurazione ufficiale di questo nuovo percorso
storico di pellegrinaggio sulla bellissima variante a est dei Monti
Cimini, che abbiamo seguìto, insieme con molti amici, per
raggiungere Roma dopo circa 127 km)


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"La ballata della Scrofa Falisca"

Scritta e presentata dall’autore:
Giuliano Borgianelli Spina
(Giovane Montagna - sez. di Roma)


Marzo 2001


La scrofa che è stata salvata dopo la caduta e che ha
dato lo spunto per la ballata presentata qui di seguito
(Foto di E.Fiorentini)


Presentazione

Cari lettori!
molti di Voi avranno saputo che nel corso dell’autunno 2000 ha avuto luogo un pellegrinaggio (francigeno) da Viterbo a Roma.
La richiesta per tale percorso era pervenuta dagli amici della Sez. di Venezia della G.M.(+) ai nostri esperti del ramo, Alberto Alberti ed Enea Fiorentini, i quali con il loro proverbiale fervore hanno studiato e realizzato un nuovo percorso denominato "Variante Amerina (o Falisca)".
Ai primi di ottobre dello scorso anno (2000) ebbe inizio l’itinerario come da programma.
Ma quello che nessuno avrebbe potuto ragionevolmente immaginare avvenne: un evento storico eccezionale peraltro già occorso nel lontano passato, riapparve agli stupiti occhi dei Pellegrini veneziani che ebbero appunto la fortuna di essere presenti.   Temiamo che non si siano ancora ripresi dallo schock.
L’evento è di seguito riportato nelle tre versioni: le due antiche ad opera di un certo Publio Virgilio Marone ed un altro storico noto come Dionigi d’Alicarnasso, la moderna ad opera del cronista veneziano Franco Giacomelli solo quest’ultimo socio G.M.
Proprio a seguito del ritrovamento di quest’ultima preziosa cronaca: precisa e nel contempo appassionata, sono stato costretto a riscrivere il testo della ballata che qui viene appunto presentata nella sua ultima versione riveduta e corretta.

L’uso del dialetto è un omaggio al grande poeta romano G.G. BELLI, che scriveva a proposito del dialetto in generale e del romanesco in particolare da lui tanto amato:

Sta lingua che dich’io l’hanno uguarmente
Turchi, Spagnoli, Moscoviti, Ingresi,
Burrini, Ricciaroli, Marinesi,
e Frascatani e tutta l’antra gente.
Ma non c’è lingua come la romana
pe di ’na cosa co tanto divario
che pare un magazzino de dogana

780 A.C. circa

Dionigi d’Alicarnasso: Libro I, 55,45

( ...una Sibilla epicorica(++), ninfa profetica, che a loro vaticinò di navigare verso l’Occidente finchè non fossero giunti in quel luogo in cui avrebbero mangiato le mense(+++).
Quando poi si fossero resi conto che ciò era accaduto, scelto come guida un animale a quattro zampe, avrebbero dovuto fondare una città, nel punto in cui l’animale stanco si fosse fermato.   Allora, ricordandosi di questa profezia, gli uni trasportarono per ordine di Enea le immagini degli dei dalla nave nel luogo indicato; gli altri prepararono altari e piedistalli per esse; le donne poi con alte grida e danze accompagnarono le immagini sacre; infine quelli che attorniavano Enea, preparato il sacrificio col capo incoronato, rimasero in piedi presso l’altare... ).


Publio Virgilio Marone: ENEIDE, Libro VIII, 64,71


( ...Iamque tibi, ne vana putes haec fingere
somnum,
litoreis ingens inventa sub ilicibus sus,
triginta capitum fetus enixa, iacebit,
alba, sola recubans, albi circum ubera nati;
[ hic locusurbis erit, requies certa laborum ]...)


( ...E perchè ’l sonno
credenza non ti scemi, ecco a la riva
sei già del fiume, sotto a l’elce accolta
sta la candida troia con quei trenta
candidi figli a le sue poppe intorno.
Questo fia dunque il segno e ’l tempo e ’l loco
da fermar la tua sede. E questo è ’l fine
de’ tuoi travagli... ).


7/X/2000 D.C.

Franco Giacomelli - cronaca: Il sentiero del pellegrino, Viterbo-Roma, giornata del 7/10/2000 - bollettino G.M. Venezia.

( ...Mentre ci accingiamo a scendere per passare a guado il Fosso dell’Isola (la discesa su terreno scivoloso è stato facilitato da una corda che il provvido Alberto aveva con sè), un contadino, munito di lattonzolo e coltellaccio di tipo sacrificale ha chiesto ed ottenuto aiuto ad alcuni dei nostri, capeggiati da Enea e Gianni.   Era accaduto, il sabato precedente, che una scrofa, imprudente, si fosse avvicinata troppo al ciglio di un dirupo, che questo franasse e che la sventurata precipitasse.   Al termine del volo incontrò un fico caritatevole che attenuò l’impatto.   L’animo gentile del contadino lo portò a recarle cibo ogni giorno, per 6 giorni.   Poi la dolorosa decisione: o la scrofa, spinta da amor materno esce dall’antro dove, impaurita, si era rifugiata, o bisognerà sacrificarla.   Fatto sta che dopo molti tentativi, Gianni riesce a legarle le zampe anteriori ed è un gioco trascinarla fuori.   Grande riconoscenza del contadino, che promette pane e salame a tutti, al prossimo passaggio.
Il guado, fino ad oggi anonimo, sarà detto "della scrofa"... ).

Note:

+   = trattasi di una associazione: G.M. sta per Giovane Montagna; molti sono incerti sull’attualità dell’attributo, mentre c’è pieno accordo sulla seconda parte del nome dell’associazione.   Essa conta oltre 3500 iscritti nell’Italia settentrionale e poco meno di 200 a Roma.   La G.M. promuove "l’andar per monti", ma anche per piani; una riprova ne sono i percorsi del Pellegrino e gli itinerari francigeni.   Nonostante l’impressione che si possa trarre dal seguente testo, la G.M. è frequentata perlopiù da persone molto serie.   In ogni caso per maggiori notizie, gli interessati potranno visitare i siti Internet seguenti:
G.M. nazionale: http://www.giovanemontagna.org 
G.M. di Roma:    http://www.giemmeroma.org 
Questo Sito web (webmaster: E.Fiorentini): http://www.eneafiorentini.it 

++  = del luogo, indigena

+++ = le "mense" erano fette di pane azimo usate come stoviglie dai Troiani.   L’episodio, che precede l’incontro con la scrofa, fu profetizzato e dimostra che i Troiani avevano ormai finito le scorte alimentari.



Ballata della Scrofa Falisca (1)


  

Prologo

Ner dumila dopo Cristo
c’è chi fece la penzata
de raggiunge l’arma Roma
co ’na granne camminata.

So’ piovuti da’ confini
de sta terra benedetta,
li gloriosi pellegrini
discendenti in linea retta
da li santi der passato,
co lo scopo dichiarato
de’ rivive er Giubileo
comme quanno fu annunziato.

Er perdono, l’indurgenza
con un pianto generale
e n’esame de coscenza
venga pure cancellato
tutto er male incancrenito
ne’ recessi der passato,
e... s’er core resta puro
anco quello der futuro.

  



Li romani d’oggigiorno
ce restarono ’n po’ male:
<ma a noantri chi ce penza?
Non potessimo aspirare
anche noi a st’indurgenza?>

Presto, a forza de ponzare
sortì fora sta trovata:
<Se n’annamo da quintorno
pe’ na bella scampagnata
po’ faremo ’n gran ritorno
come fosse na parata>,
ma pe fa sembra’ verace
tutta questa sceneggiata
invitorno na congrega
de’ fedeli timorati,
a bon punto sulla strada
de venì beatificati,
e fra questi se mischiorno
co la faccia imporverata
’n mezzo ar fango ed ar pietrisco
sur sentiero che se snoda
lungo l’aggere falisco.

  

  

Le circostanze

Era ottobre de mattina,
già pioveva dalla sera
n’acquerella fina fina,
fresca, limpida e sincera;
migravamo ’n fila indiana
volevamo pijà Roma
entro er fine settimana,
sotto l’arta direzione
de ’n’esperto eccezionale,
discendente dagli Alberti,
già promosso generale.

Ce guidava ’n pur’eroe:
baldo e franco er nostro duce
arto, fiero, quasi bello
speciarmente ’n controluce;
dar destino già segnato:
quanno in fasce prese luce
come ENEA fu battezzato.

  

  

L’accadimento

Sotto ar cielo lacrimoso
scennevamo ’na scarpata
quanno ’n fregno timoroso
ce tajò netto la strada:
<Pe’ favore bona gente
m’accaduto n’accidente
una scrofa colle doje
ner burone è scivolata,
n’accidente che je coje!
drento an buco s’è ’ncastrata.

Mo Ve chiedo pe’ favore
si me date n’aiutata
che ner giro de du’ ore
ritornate ’n carreggiata;
tanto Roma po ’spettare
so millanni che riceve
e non s’è manco stufata>.

Detto fatto li romei
colla maja rimboccata
se gettorno drent’ar fosso
pe salvà la disgraziata.

  



Sortì fora dalla fila
col tridente e colla rezia, (2)
qual novello gladiatore,
fra Giovanni da Venezia.
Lui se trova avanti a tutti,
lesto salta sulla bestia
p’abbrancalla in quelle parti
che se chiameno prosciutti.

Ma la scrofa inviperita,
a su’ modo na signora,
nun voleva esse toccata
da na mano troppo ardita.

Dopo ’n breve tafferujo
sortì fora er prode ENEA
dar più fitto der cespujo,
salda ’n braccio la tenea.

Mo a vedé sta scena amena
me sovvenne alla memoria
che sto fatto apparve ar monno
già all’arbori della storia.

  

  

Il mito

L’artro ENEA era più pio
tant’è vero che la gente
lo trattò da semidio.

Anco Lui subì l’evento
che se rivelò fatale:
la sua stirpe diede ar mondo
la sua prima Capitale.

Ma co’ chi ce fu l’incontro
dar carattere sacrale?

Ce risemo n’artra vorta:
con il solito animale,
artrimenti utilizzato
come moje der maiale.

Certamente quella vorta
tutt’apparve più solenne
Lui fu fatto semidio,
lei agli dei fu dedicata,
su d’ un’ara molto calda
tra li cespi d’insalata.

  

  

I protagonisti

Quarcheduno se domanda
chi ce stava nelle schiere
che seguivano li eroi?

A descrivelo è ’n piacere:
quelli antichi pre-romani
per motivi contingenti
li chiamarono pagani,
figli della grande Troia.
Mo’ che c’è?
Pensate male?
quello è ’r nome che fu dato
alla loro capitale.

Startri invece so’ diversi
nell’aspetto e nella fede
quasi pareno cristiani
fanno bene a chi li vede.

So’ più seri e organizzati,
pe’ ridurre l’imprevisti
che se fossero ’ncontrati,
se spremettero la mente,
se grattorno anche la crapa,
ce pensorno lungamente;
vo’ sape’ che se portorno?
Be’, perfino ’n proprio
Papa  (3)
Quest’apparve ’n po’
speciale
co’ quer ghigno diavolesco,
cor passato d’archimista,
’n comune ar Titolare
j’arimane sol’er nome
e l’occhiale pe’ la vista.
Ma tra i miasmi de lo zorfo
te nasconne anche l’artista.
Molto spesso fu sorpreso,
lungo l’itere der viaggio,
a schizzà sopra la carta
quarche brano der
paesaggio.

Benedetti pellegrini
so’ discreti bevitori,
sempre allegri, canterini
e fra tutti spicca er capo
detto Tita Piasentini:
sempre attivo e diligente
non per caso, appena nato,
l’hanno eletto Presidente;
sempre accanto a da’
na mano
ce sta pure la signora
tanto brava quanto bella
fatta apposta pe’ fa rima
con er nome de Marcella.

Che non so’ sti pellegrini!
Quasi canteno a più toni
a sentilli tutti insieme
pare ’n pezzo de Goldoni.

Ma pe’ davvene ’n’idea
tenterò ’na descrizione,
com’esempio un caso
ar volo:
ce n’è uno, udite, udite,
che se chiama:
<Marco Polo>;

  



bono, bravo, anco modesto
de forchetta pure parco
e quand’è che se presenta
ride e dice: <Polo Marco>.

C’è ’r gentile Pittaluga
già cortese in ogni gesto
te soride da ’gni ruga.

Segue austero er Giacomelli:
ch’è ’n’archiatra de gran peso.
Senza fronzoli ne orpelli
da cronista scrupoloso
a osservà sta sempre teso;
poi se parla ne’ la mano, (4)
ch’è cotanto intelligente
da stilatte un resoconto
senza manco usà la mente.

De Giovanni s’è già detto
anco lui mboccò ner mito
e nei giorni de precetto.

Sempre er mejo resta
’n fonno;
quando meno te l’aspetti:
arto, sverto, l’occhio tonno
schizza fora l’Andreazza,
ch’ar contrario de Giovanni
te brandisce pala e mazza.
Solo lui trova nell’acqua
l’elemento naturale;
parimenti je traspare,
se pe’ caso se sta zitto,
l’ascendenza lagunare.

Prevedendo la stagione
venne all’uopo incaricato
de guidà nell’intemperie
er drappello sullodato.
Lui se diede ’n gran daffare;
qual’è stato er risultato?
Sur percorso pellegrino
manco ’n fosso s’è sarvato:
dighe, strade, manufatti,
archi e ponti tibetani,
quasi quanti n’attrezzava
’na legione de Romani.

Frammischiata a
questa schiera
c’è na tipa originale
je traspare n’aria fiera
vjé dall’ Aquila Reale.

Poi ce stanno li romani;
beh, stavorta ho esagerato:
se ne trova appena uno
che nell’Urbe pare nato.

’n mezzo ar gruppo
ENEA risplende
come Gallo già ’ffrancato.

A sostegno dell’eroe
l’Arbertone, Generale
anzi mejo l’ammirajo,
quanno pò scappa pe’ mare.
De guidà li pellegrini
jé vjé proprio naturale.

  



E’ ’r più arto che ce sia.
Una vorta ha confessato
d’esse nato in:
<Ka-Kania> (5)
Senza fallo e senza boria
ce rammenta dar passato
l’imperial-regia memoria.

Segue cheto Mario nostro
de la schiatta de’ Bernardi
ce raggiunse ch’era sera,
tra li scrosci e li ritardi.
Lui possiede mille doti
è gentile colli umani
e l’affermo con certezza
tratta bene pure i cani.
Nun c’ha niente che je stride
ner parlà se sforza poco
in compenso te sorride.

Ce ne manca ancora uno
Ma ’n dov’è?
Manco se nota!
fra quell’artri è ’r più discreto
non esiste paragone,
non se sente, s’entravede.
Chi lo cerca l’aritrova
dietro all’ombra d’Arbertone.
De romano non c’ha niente.
Quanno s’arza alla mattina
e realizza de sta a Roma
je ripija n’accidente.

De campà ’n mezz’ar casino
non se’ncora abituato.
Fu così ch’er nostro Gino
non se perse l’occasione
de vestì der pellegrino:
sajo, sandali e bastone,
er cilicio sur bacino,
un fardello sur groppone
sotto forma de pulmino. (6)

Si potesse in quell’arnese
se n’andrebbe anche
’n Giappone.
Solamente se ’n tristisce
e ripiomba ner magone
non appena je riappare
de lontano er Cupolone.

Alla fine della fila
c’è sta ’n tipo puro ameno,
anco lui ’n po’ cispatano
che cammina lentamente
nel parlà sembra occitano,
c’ha l’aspetto da gaudente;
tutti l’artri manco a dillo
l’hanno fatto Presidente!

Pe’ Lui l’arte der comando
resta ’n fatto naturale;
presto infatti, non so quando,
a gran voce venne eletto
Presidente Nazionale!!

  

  

Gran finale
(con metafora morale)


Alla fine de ’n cammino
’n mezzo ar fango, alle castagne,
tra le scrofe, drento all’acqua,
coi disagi e le magagne;
solamente se ce penzo
me riviene giù da piagne.
Be va be’ c’amo concluso?
Sto percorso a ch’è servito?
Pe’ sconfigge la pigrizia?

No ’na cosa più ’mportante
Te scoprimmo l’amicizia.

All’inizio der cammino,
c’era ’n po’ de diffidenza,
conseguenza naturale
della scarsa conoscenza.
Poi cor tempo, la fatica,
puro quarche sofferenza,
piano, piano se dissolse
la residua supponenza.
Na sbirciata, na battuta,
una mano che t’aiuta
giusto ’n tempo p’ evitare
la ventesima caduta.
Poi magari anche ’n biscotto,
finarmente anche ’n sorriso.

  




Via ce semo è fatto er botto!

Che vordì senza finzione
che s’appena stabilita
l’intercòmmunicazione.

Ma lassù ce sta Quarcuno
cui non sfugge proprio niente,
ha sgamato er movimento
che ’ntercorre tra sta gente.

Un baleno! Na pensata,
’n soriso soddisfatto
alla barba ’na lisciata:
<Sti romei so’ niente male
co’ na bella camminata
han trovato la maniera,
senza fare troppi danni
all’ambiente e alla natura;
de sta ’n pace con er monno
e tra loro ’n communione;

e alla fine, che non guasta,
pe’ le grazie che je manno
ogni tanto all’occasione,
Me ricordeno preganno>.

  


EPILOGO (CON PENTIMENTO -tanto di moda- E SCUSE)
  

Mo la pianto per davvero
Ve saluto e vado a letto.
Poco prima ho acceso ’n cero
a quer santo benedetto
che m’ha messo sur sentiero
de sta bella compagnia.

Forse me ricorderete:

Sempre ’n fonno nella fila,
affannato, er fiato grosso,
molto spesso irriverente
per di più poco ortodosso.

Ve studiavo ad’uno ad’uno
ve tenevo l’occhi addosso
non c’hai sempre la fortuna
de ’ncontrare certa gente
così ricca de’nteressi,
e co’ certi portamenti
stimolanti ne’ confronti
de’ scrivani impertinenti.

Se so’ stato un po’ pesante,
specie colli presidenti,
ve ne chiedo <perdonanza>.

Certamente nell’inchiostro
se ’nfirtrò dell’ironia,
però pure artri ingredienti:
stima, affetto e simpatia,
ricresciuti nel ricordo
de quei giorni fortunati
ben vissuti ma trascorsi;
scivolati ner passato
disperdendo nella scia,
tra le nebbie e li vapori,
un ber po’ de nostalgia.

  

Note:

(1)  = Falisco era il territorio situato a nord di Roma lungo la riva destra del Tevere, abitato da un popolo fiero e ribelle, alleato con gli Etruschi, che si oppose tenacemente alla conquista da parte dei Romani.   Ma inevitabilmente quest’ultimi alla fine la spuntarono e rasero accuratamente al suolo tutti i principali centri abitati falisci.

(2)  =  Rezia o Retia era chiamata la rete che, insieme ad un tridente, armava un tipo di gladiatore, detto appunto: Reziario.

(3)  = Papa è il cognome di un personaggio affascinante; Dio solo sa come, capitato nella G.M. veneziana.   Ha un aspetto satanico, specialmente quando ride, inoltre è stato titolare di una farmacia a Venezia.   Il suo passato resta comunque avvolto nel mistero.   Durante il percorso si fermava spesso a disegnare il paesaggio.

(4)  = Quella che, a prima vista, era sembrata una misura igienica eccessivamente prudenziale, atta a proteggere la cavità orale dall’ingresso di batteri od altri agenti patogeni, si rivelò falsa.   Infatti il pellegrino cronista teneva nella mano destra un minuscolo registratore portatile nel quale confidava le sue osservazioni e commenti.   La stessa mano successivamente provvedeva a stilare cronache e resoconti estratti dal mini apparato.

(5)  = Termine coniato da Robert Musil per indicare l’impero austro-ungarico, dove tutte le istituzioni erano precedute dall’attributo <imperial-regio>, <Kaeiserlich und Koeniglich>, abbreviato: K-K (in tedesco Ka-Ka).   Il paese viene quindi definito <Kakania>.   Alberto Alberti nacque, non so quando, proprio a Trieste.

(6)  = Il personaggio in questione, al secolo "Gino Celeghini", si era offerto volontario come autista del pulmino che era servito, sia nel percorso Gambassi Terme-Roma del 1999, che in quello Viterbo-Roma dell’ottobre 2000, per trasportare, per ogni tappa, i bagagli del pernottamento e qualche eventuale pellegrino in crisi.   Questo pesante fardello lui l’ha portato con dignità ed umiltà anche se talvolta è accaduto che qualche pellegrino, non ancora raggiunto dalla grazia, lo abbia trattato come un famiglio retribuito.   A mio avviso, è stato colui che ha meritato a pieno titolo l’indulgenza plenaria.


Ultima edizione riveduta e corretta a seguito del ritrovamento, successivo alla prima stesura della "Ballata", della cronaca stilata dal viaggiatore veneziano Franco Giacomelli.

Giuliano Borgianelli Spina  e-mail: gborgianellispina@libero.it
Roma, Marzo A.D. 2001 D.C.



Commento in rima dell’amico nonché Socio G.M. di Roma
(pubblicato per gentile concessione dell’autore)
  

Me so letto ed ho gustato
er poema c’hai composto.
Divertito ed ammirato
senza indugio t’ho risposto.
A Giulià ti sono grato
pe’ sto sprazzo d’allegria:
so’ rimasto affascinato
dall’arcaica analogia.
Ma er poema nun m’ha detto
se finito er tatanai
s’è infornato er maialetto
a ristoro der via vai.
Come sia v’esprimo gioia
che, seppur fuor di via
per le beghe de ’na troja,
rimanete gente pia.

Franco Loewenherz
Roma, Aprile 2001

  



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